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    May 14

    Bandiera Bianca, tu vedrai che qui si canta.

    Avere troppe parole nella pancia è come dover fare a meno di un lassativo dopo aver mangiato un casco di banane.

    Su questa massima vitalizia, stendiamo lo stendardo funebre di un risveglio poco propenso ad essere tale, così ci ciancichiamo gli occhi, premiamo sulle ciglia e mangiamo la testa di una scamorza finalmente salata senza esser troppo convinti di niente, al solito, e guardando srotolarsi al seguito del 20 aprile, una serie inconsueta di microavvenimenti poco catalogabili.
    Maldestra, si punse le dita con il filo da cucire, sarebbe a dire che rinunciò al suo arazzo prima ancora di averlo cominciato, e allo stesso modo arrotolò fogli enormi fatti di pagine a quadretti, e decise di preferire di no.

    Preferisco di no.
    Il problema di quando leggi troppo e in velocità, è che nella tua testa si accumulano una periferia di segmenti citazionistici di cui non conosci più l'origine, e la flagranza del tuo oblio ti spinge a considerarti più ignorante di chi sciorina nomi e frasi senza il lenitivo (per gli altri) del dubbio.
    Preferisco di no.
    Senza che sia possibile premeditare una data, viene il giorno in cui Achille abbandona le armi, e Bartleby la penna. Sono iscritta nell'universo degli scrivani impazziti, delle righe copiose e copiate, delle revisioni mancate e dei progetti abortiti. In fondo si può essere accusati di omicidio, per non aver pianto al funerale della propria madre.

    Quante storie e persone puoi conoscere nel giro di un'ora? Quante ne ascolti e senza rendertene conto dimentichi dopo pochi giorni. Ma basta in realtà ancora meno. L'universo proteiforme dei racconti che ascolto ha un movimento inevitabile verso il centro, tende sempre più a mummificarsi in una poltiglia poco definibile, un bolo pastoso dal colore informe, dal sapore spento.
    Fra due anni cosa ricorderò di un mese che non ho scritto? Fra ancor meno, cosa potrò ri-narrare se non quello che viene vissuto insieme ad altri? E lo racconterò solo grazie al loro aiuto, e comincerò a vivere nel ricordo secondo quando mi viene detto da loro, attraverso i loro occhi e il loro coefficiente d'errore umano. E d'altronde non crediamo alla veridicità della scrittura diaristica. La filigrana degli eventi non sarebbe resa come tale, e dovremmo spingerci all'utilizzo di due modalità narrative estreme:
    - La prima che si tenda al massimo dell'oggettivismo e della parca osservazione descrittiva.
       Esempio: Sveglia alle ore 9.30. Yogurt all'ananas, caffè riscaldato al microonde, 20 pagine finali dell'Immoralista di Gide.
    - La seconda, al contrario, carica dell'impressione, della sensazione, della minuzia, del dettaglio. Non basterebbero i volumi della Biblioteca babelica per trattenere la sensazione della vita vera, dei nostri pensieri in quel luogo e in quell'atto.

    E così siamo destinati a dimenticare, e del mio mese di follia, delle mie zingariate italiche non rimane che il sapore scialbo di una compilazione.
    E allora?
    Preferisco di no. Preferisco buttare la spugna, mollare l'osso, issare bandiera bianca. Preferiamo arrenderci al frammentarismo, alla dimenticanza, al presupposto dell'esser lontani e irrangiungibili, preferiamo tutto questo alla definizione. Io non scriverei mai che la Marchesa è uscita alle 5. Siamo qui, per ricordare le bozze di una parlata marchigiana al limite dell'inconoscibile, un tafferuglio llinguistico di cui si è potuto rilevare, dentro una stanchezza immonda, la dolcezza della semplicità, il valore dell'ignoranza, la rivalsa dell'umile, una storia mal raccontata e poco fruibile, un nenia rotta e stordita, sopra la sedia di plastica del pronto soccorso di Civitanuova marche.

    - Cosa mi racconti?
    - Mah, niente.

    Guardo il mio brutto arazzo giacere dimenticato nell'angolo destro della stanza. Intorno a me, ci sono le consuete milleduecento sigarette fumate, il torsolo della mela, il cellulare. In tutto questo, la preoccupazione della concretezza, lo spingerci nella vita, non ci prosciolgono dall'accusa di non aver detto. Perchè tutto quello che è vita, diventa a un certo punto ricordo d'essa, e non ha più valore se non nella sfumatura giusta di una foto, nell'inclinazione esatta del rigo scritto.
    Abbiamo dunque vissuto? abbiamo forse visto città, abbiamo forse scorto via dell'Amorino con una ruspa gialla tra marciapiede e muro? abbiamo guardato occhi sovietici, abbiamo bevuto birra e disegnato sulle patate un sorriso? abbiamo letto e abbiamo pianto sulla meritevole mancanza di lacrime del Signor Meursault?
    Niente di tutto questo è accaduto, in fondo, e ora torniamo a tradurre l'introduzione all'edizione critica della mors le roi artu, edita da Jean Frappier, Paris Gallimard, 1968.